A tu per tu con... IVAN POZZA - SSD Cartigliano
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A tu per tu con… IVAN POZZA

A tu per tu con… IVAN POZZA

“A TU PER TU CON…” è un nuovo spazio di approfondimento a 360° con i protagonisti della nostra squadra!
Sogni, ricordi, aneddoti e curiosità per conoscere meglio chi, ogni domenica, ci fa tifare sempre più forte per il CARTIGLIANO!

Questa settimana la “RAFFICA DI DOMANDE” è con IVAN POZZA.

Ivan Pozza – Responsabile Tecnico e Coordinatore degli Allenatori ASD Cartigliano

Quando e dove sei nato? 09/04/1977 a Marostica.

Come è nata la tua passione per il calcio? Qualcuno in famiglia te l’ha trasmessa? Assolutamente sì. Mio papà è un grande appassionato, milanista sfegatato. Ricordo una foto di quando avevo appena un anno completamente vestito di rossonero, con alle spalle il quadro di Gianni Rivera, che avevamo appeso in soggiorno. Mio padre ha giocato poco e solo a livello amatoriale, perché lui ha una grande passione per la bici e dai 30 anni in avanti si è dedicato a quello, passione che ha ancora oggi.

Qual è la partita che ricordi con maggior affetto e per quale motivo? Ricordo l’ultima giornata di campionato, partita disputata in casa contro il Campese. Il Cartigliano si giocava il campionato, era uno scontro diretto. Lo stadio era pieno, c’erano più di 600 persone. Abbiamo pareggiato e abbiamo preso un palo ad un minuto dalla fine. Ho anche pianto dalla tensione, ma la ricordo con affetto perché da lì il Cartigliano ha cominciato quella cavalcata che l’ha portato dove si trova oggi. Quella domenica mi sentivo svuotato per aver perso il campionato, ma da lì in avanti abbiamo collezionato una serie di successi che ci hanno portato dalla Seconda Categoria alla Serie D. Quindi, anche se non è stata una vittoria, la ricordo con affetto, perché per me tutto è iniziato lì. Io ho vissuto 4 promozioni: 2 da giocatore e 2 da componente dello staff tecnico. Sono soddisfazioni.

Se potessi rigiocare una partita quale sarebbe e per quale motivo? Io ho sempre dato il massimo in tutte le partite e se a volte capita di non riuscire a dare il 100% fa parte del gioco. Per rispondere alla tua domanda, ti direi che c’è una partita che vorrei giocare, più che rigiocare, anche se, a dir la verità, se avessi la possibilità di tornare indietro rifarei quello che ho fatto. Era il 2002, ci giocavamo l’ultima giornata di campionato, se avessimo vinto saremmo stati i campioni. Io ho dovuto saltare quella partita perché quel giorno era un giorno importante per la mia famiglia: si sarebbe sposata mia sorella. Ho dovuto fare una scelta e chiaramente ho rinunciato alla partita, anche se era uno scontro molto importante. Alla fine abbiamo perso il campionato, quindi mi è rimasto un po’ l’amaro in bocca. Ovviamente se tornassi indietro rifarei la stessa scelta, ma mi sarebbe piaciuto giocare quella partita, quello sì.

Mi racconti come è avvenuto il passaggio da giocatore a componente dello staff tecnico? Quell’anno avevamo vinto i playoff di Prima categoria e andavamo a giocare in Promozione, dove vige la regola dei giovani (devono giocarne 3 anziché 1). Io avevo 36 anni, sapevo che potevo continuare a giocare lì e avevo avuto anche altre offerte, altre squadre che mi avevano contattato. La società però mi chiese di cominciare con questo percorso, facendo il secondo a mister Remonato, l’allenatore dell’epoca. Così, ho scelto di lasciare ed intraprendere questa strada, che poi era quella che volevo. La mia carriera da giocatore era alla fine, mentre il percorso da allenatore era all’inizio e poi io volevo stare in società. Questo è il mio 11° anno a Cartigliano (5 da giocatore e 6 da membro dello staff tecnico).

Qual è il tuo primissimo ricordo legato al calcio? Ricordo che mio papà mi portava sempre in cortile a giocare. Noi abitavamo all’ultimo piano di un condominio, senza ascensore, andavamo su e giù e ricordo che anche la sera, quando mio padre tornava da lavoro ci portava sempre in cortile a tirare 4 calci al pallone. Io non ricordo, ma mi raccontano che da bambino ero arrivato ad avere in casa 38 palloni. Io volevo tutti i palloni che vedevo. Un aneddoto divertente è che in località Santa Caterina c’è un campanile che alla sommità ha una sfera con sopra una croce. Ecco, io volevo anche quella sfera, che per me era un pallone.

A tuo avviso, qual è il peggior difetto che può avere un allenatore, un membro dello staff o comunque qualcuno che ricopre un ruolo che lo fa essere un riferimento per i ragazzi? Una qualità che bisogna avere sempre è quella di essere positivi, trovare sempre il lato positivo e trasmetterlo al singolo e al gruppo. Quindi, il peggior difetto, è non avere questa qualità e spegnere i ragazzi. E poi quello di non riuscire ad ammettere l’errore, ho visto molti allenatori che hanno questo difetto. Soprattutto con i bambini è importante, per loro l’errore rappresenta la crescita.

Qual è la scelta che rifaresti e quella che non rifaresti in ambito calcistico? La scelta che rifarei è quella di tornare a Cartigliano, perché qui è il miglior posto dove poter fare calcio. Scelte che non rifarei non ce ne sono. Non ho rimpianti, né rimorsi.

Ricordi il complimento più bello che hai ricevuto nella tua carriera calcistica? Da giocatore, quando parlavano di me, ricordo che parlavano di un ragazzo che si impegnava al massimo, dicevano che ero un generoso. Ho sempre avuto dimostrazioni di stima dagli addetti ai lavori. Per quanto riguarda, invece, il ruolo che ricopro ora, attestati di stima ne ricevo tutti i giorni. Non servono le parole, vedo la collaborazione, la stima, la fiducia anche da parte dei genitori. Lo percepisco.

Dove ti vedi tra 10 anni? Mi vedo a Cartigliano, sempre con i bambini e spero ancora con la prima squadra. Nella mia testa, non è mancanza di ambizione, i ruoli che ho sono quelli che voglio avere anche nel futuro.